Fabrizio Ferri, Martina Colombari e la Canon G9

Digitali Canon



Fabrizio Ferri ha firmato il servizio di copertina di Max ritraendo la splendida Martina Colombari. E fin qui, nulla di strano. Fabrizio e un fotografo famoso, Martina una bella donna... Ma a destare sensazione è il fatto che Ferri, questa volta, ha fatto tutto con una Canon G9, si, la compatta di qualità della serie PowerShot.
Non solo, scavando più a fondo, scopriamo che in tutti e cinque gli ultimi servizi la compagna del fotografo è stata sempre la G9, preferita ai dorsi digitali e alle reflex top anche per il “Book of the Year”, con Lola Ponce, sempre per Max.

martina colombari ferri

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Il fotografo e il soggetto da ritrarre, soli, senza lo stuolo tradizionale di assistenti, tecnici del computer, truccatori... Insomma: set minimalista, macchina fotografica digitale ultra maneggevole e creatività.
Certo, questa è la sua scelta, non l'unica possibile. Tanti fotografi professionisti sono giustamente affezionati alle super reflex e al medio formato e continueranno ad utilizzarli. Ma è interessante, soprattutto per i tanti dilettanti che impazziscono tra i dati delle ultimissime novità. òeggere cosa pensa un fotografo affermato di una piccola compatta, pur se di qualità.
Ecco ciò che racconta Fabrizio Ferri di questa esperienza nuova e elettrizzante.

D] Fabrizio, abbiamo osservato a fondo le tue immagini. Questo lavoro ci è sembrato diverso, più vero: perché?
R] Il servizio per Max è stato il primo lavoro in digitale in cui mi trovavo da solo con la modella. Questo credo abbia offerto risultati straordinari. Prima portavo sempre con me tante persone: assistenti, addetti al computer, persone del set e via dicendo. In quelle circostanze dovevo stare molto attento, anche solo per catalizzare l’attenzione su di me. Da quando ho preso in mano la G9, ho mandato tutti a casa: in senso metaforico, è ovvio.
D] Hai prodotto tutto il servizio con PowerShot G9?
R] in realtà tutti gli ultimi cinque lavori.
D] C’è tanta “donna” in questo tuo lavoro.
R] Direi tanta luce. Fotografando Martina, e durante gli altri lavori con la G9, ho riscoperto l’uso della luce quale “materia prima” della fotografia, rendendomi conto di quanto fosse importante per la genesi dell’immagine.
D] Questo riguarda lo scatto: ma la post–produzione?
R] Qui sta il bello! Non so se sia merito della G9, ma tutte le volte che andavamo a ritoccare l’intervento ci sembrava troppo intrusivo.
Abbiamo teorizzato che fosse “la pasta” della G9 ad adattarsi male agli interventi successivi; molto probabilmente era l’originale ad essere tremendamente bello e vero da risultare quasi immodificabile. Morale: siamo stati costretti a non ritoccare. Ho seguito personalmente tutte le fasi di “pulizia”, limitandole laddove erano indispensabili (lo sporco della pianta dei piedi, ad esempio). Il resto è stato lasciato intatto, un po’ come si faceva una volta: dove dipingevi con la luce, ottenendo un risultato senza vie di ritorno.
Il richiamo ai periodi della pellicola sembra scontato, in realtà non si tratta di questo (lavoro in digitale da più di 12 anni, non ho rimpianti!); quando usi il fotoritocco “pesante” affidi le tue immagini a terzi, a persone che non conoscono ciò che l’autore voleva ottenere e che spesso non hanno vissuto “l’energia” delle sedute di scatto. Con la G9 ogni cosa ritorna al suo posto: ivi compresa la responsabilità dell’artista. Mi ripeto: si tratta di fotografia per davvero.
D] Lei comunque è bellissima…
R] Insuperabile: non ho parole; direi imperiale.
D] Lei si è accorta, durante gli scatti, di questo diverso modo di fotografare? Ha percepito la tua ricerca della luce?
R] Io e Martina non abbiamo mai lavorato insieme. No, direi che non si è accorta di nulla; di certo, però, ha notato la differenza del risultato finale, ma questa puoi trovarla nei lavori di molti autori. Ciò che abbiamo condiviso, insieme, è stata la libertà assoluta: la disponibilità reciproca. Non ho voluto né truccatori, né parrucchieri. Come dicevo, eravamo soli: e questo ha aiutato molto.
D] Quanto è durata la fase dello scatto?
R] Mezz’ora durante il primo tramonto, due ore per il secondo.
D] Dove eravate?
R] A Pantelleria, in luglio.
D] G9, perché?
R] Da anni cercavo una fotocamera che non fosse un ibrido. Non volevo una reflex con attaccato un sensore; in più desideravo abbandonare il PC, sempre al seguito quando usi dorsi digitali. Ho prodotto il libro Aria (anno 1997, Federico Motta Editore n.d.r.) tutto in digitale, quando però non esistevano portatili performanti e gli schermi non erano ancora piatti. Dopo anni di fatiche, aspettavo una macchina che mi convincesse. Ne ho provate tante, fino a quando un conoscente, in campagna, mi ha fatto vedere la G9. L’ho trovata subito bellissima, con quel suo schermo che risultava luminosissimo e dettagliato. Il software l’ho trovato subito “amico” e facile da usare; la messa a fuoco rapida e precisa. Ho subito telefonato in ufficio perché me ne trovassero una. Dopo un piccolo test, è stata subito adottata per i lavori che avevo in programma.
D] Il servizio di Martina…
R] Non solo: anche per il servizio di Monica Guerritore (Vanity Fair, Agosto ’08) ho usato la G9, così come per il calendario di Lola Ponce che uscirà a Novembre.
D] Tutte queste modelle illustri non si sono meravigliate nel vederti usare una piccola compatta, pur bella nel design? Sono abituate ad attrezzature ben più imponenti…
R] Eccome: la sola G9 le ha lasciate un po’ sconcertate. Si sono anche chieste se stessi scherzando! Per fortuna mi conoscono, così la meraviglia è durata poco.
D] La G9 come scoperta, quindi?
R] Certamente: sto già aspettando la G10 per provarla!
D] Tutti gli scatti in RAW?
R] Ovvio.
D] La luce? Sempre quella naturale? Nessun bank? Nessun pannello semi-riflettente?
R] Niente di niente! Qui sta il bello: pochi ingredienti, ma buoni; nessuna salsina per condire alcun piatto, come nella cucina per intenditori.
D] Dopo il primo lavoro? Considerazioni aggiuntive sulla macchina?
R] Solo conferme: non ho trovato alcun limite, solo il gusto per la libertà. In realtà è risultata compatibile con la sensibilità che ho per la luce. Prendi, ad esempio, la foto con Martina sdraiata sul pavimento: c’è un raggio di luce e tanta ombra. Col digitale le zone scure sono il regno del rumore, in queste foto non ce n’è traccia. Non solo: la macchina legge benissimo le alte luci e le ombre profonde. Per usare il linguaggio di un tempo, la G9 possiede un’ampia latitudine di posa.
D] Continui quindi a lavorare con G9?
R] Sì, almeno per i lavori che ho programmato.
D] Vivi a New York?
R] Sì, da cinque anni.
D] Scelta di vita o di mercato?
R] Tutte le scelte sono di vita. Io, del resto, volevo dei figli aperti mentalmente, abituati alle lingue e a ciò che è diverso.
D] Com’è la grande mela? Fotograficamente, intendo?
R] New York è una città che non sta mai ferma. È viva! Come tutte le realtà che pulsano, o ti attraggono o ti respingono, perché sanno offrirti il bello e il brutto.
D] Tu hai disegnato la luce quando ancora c’era la pellicola. C’è qualcosa di quel periodo che vorresti trasportare ad oggi?
R] Io credo che il lavoro del fotografo consista nel far vedere agli altri ciò che ha già visto. Se ti pagano per questo, diventi un professionista; in caso contrario, rimani un amatore. Il momento topico della fotografia è quando metti “l’oggetto che fotografa” tra te ed il soggetto. Lì si corre il rischio di rompere un’energia, perché è essenziale guardare senza essere visti. Ebbene, questo andava traghettato dal passato: quello scatto non intrusivo che donava libertà; lo stesso che oggi puoi ottenere guardando lo schermo posteriore della fotocamera, senza peraltro perdere ciò che accade intorno.
D] Occorre più energia per l’argento o per i numeri?
R] Col digitale, tu puoi continuare a scattare dopo 10 click; ed il senso dello scatto (e della foto) rimane consolidato. Oggi molti degli sforzi sono demandati in fase di post produzione: questo, al di là del lavoro di ritocco (vedi ad esempio la scelta del B/N rispetto al colore). Con G9 si potrà andare lontano.

Fabrizio Ferri - biografia

Vive a New York con la famiglia e Gideon, il loro Irish wolfhound.
Nato a Roma nel 1952, Fabrizio inizia a fotografare da teenager come fotogiornalista socio-culturale. Le sue foto sono pubblicate da giornali e riviste italiane come “L’Unità”, “Fotografare”, Paese Sera”, “Noi donne”, “Il Mondo”, “L’Espresso”.
Dal 1973 passa alla fotografia di moda e lavora per “Vogue Italia”, “Vogue Germany”, “Vogue USA”, “Elle”, “Marie Claire”, “Esquire”, “Glamour”, “GQ”, “Oprah” e “Vanity Fair” (Italia). Fotografa anche campagne pubblicitarie delle più importanti.
Nel 1983, Fabrizio fonda a Milano Industria Superstudio (www.industriasuperstudio.it), un complesso di studi fotografici allo stato dell’arte che occupa 2.800 metri quadri e un ristorante: Ristorante Industria.
Nel 1991 apre Industria Superstudio Overseas (www.industrianyc.com) a New York, un complesso di studi fotografici su una superficie di 4600 mq che, assieme a Industria Superstudio a Milan, forma il più ampio complesso di studi fotografici al mondo.
Dal 1992 al 1998 Fabrizio crea e disegna la linea di abbigliamento Industria.
Nel 1995 apre Monastero (www.monasteropantelleria.com) un piccolo ed esclusivo resort nella valle del Monastero sull’isola di Pantelleria.
All’inizio del 1998 costituisce la fondazione no-profit Fondazione Industria e fonda la Fabrizio Ferri School of Creativity and Synaesthetics (ex “Università dell’Immagine”) a Milano.
Nel 1999 apre Industria Digital, a Milano e New York, un dipartimento del gruppo Industria, per l’acquisizione e la post-produzione della fotografia digitale.
Nel 2002 apre Industria Musica in, tra i più avanzati studi di registrazione digitali di pre e post-produzione al mondo.
2004, con il socio Jonathan Waxman, apre il ristorante Barbuto a New York.
2005 entra nel consiglio di amministrazione di Aspen Institute Italia.

Pubblicazioni:
Ferri ha realizzato molti libri, tra cui:
Open Eyed, Industria Books, Milano, 1989
Acqua, Industria Books, Milano, 1992, il 100% dei proventi di questo libro sono stati devoluti alla Pediatric Aids Foundation; featuring Patricia Velazquez and Djimon Hounson.
Discrete avventure di Vito Zuccheretti, uomo comune, Novecento, Palermo, 1993, una breve novella.
Carrubba, Industria Books, Milano, 1995.
Aria, Federico Motta Editore, Milano, 1997 - il primo libro fotografico a usare l’acquisizione digitale; featuring Alessandra Ferri, etoile del Teatro alla Scala di Milano e ballerina principale dell’American Ballet Theatre di New York.
La famiglia di Trudie e Sting a Monastero, Federico Motta Editore, Milano, 1997. Il libro ha aiutato a raccogliere fondi per la Pediatric Aids Foundation.
Forma, Electa, Milano, 2000, sul design italiano 1930-1940.
Forma: Nudi di Architettura, Ideabooks, Milano, 2004, sul razionalismo nell’architettura italiana.

Brevi film:
Nel 1997 ha diretto Aria.
Nella primavera 1998 Prélude, su Alessandra Ferri e Sting. Il film è stato presentato alla 55ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, settembre 1998.
Questi due cortometraggi hanno vinto il “Premio Raisat Show”.
Nel 2000, Carmen, che ha vinto il premio “Best Live performance” in Dance Screen 2002, ospite del Monaco Dance Forum.

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